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La Mission

May 31st, 2006 by doct

Se chi insegue non può essere leader, è anche vero che il leader è colui che apre la strada, e quindi deve sapere dove va. Per questo è importante che l’impresa abbia chiara la propria mission. Solo sapendo dove si vuole andare, infatti, è possibile fare dei passi (o dei salti) per arrivarci.
Avendo chiara la mission dell’azienda, è possibile capire se alcune idee ed ispirazioni devono essere sviluppate o meno. L’alternativa, che è quella spesso utilizzata nella pratica, è quella di valutare se le possibili innovazioni sono in linea con quello che l’azienda già fa: ma ovviamente in questo modo si perdono opportunità e spesso si riescono a compiere solo innovazioni “minori”.
La mission deve essere chiara non solo all’interno dell’azienda, ma anche all’esterno, dato che in questo modo si aiuta a formare una immagine precisa dell’azienda. Di conseguenza, le persone/aziende/enti possono entrare in contatto con l’azienda anche per quello che è interessata a fare, e non solo per quello che già fa.
Un aspetto molto importante è che la mission deve essere essere sintetizzabile in una frase. In caso contrario, difficilmente si può sperare che tutti la abbiano ben presente e che possa essere costantemente utilizzata come cartina di tornasole non solo delle possibili innovazioni, ma di tutta l’attività dell’azienda. Ad esempio, in quest’ottica, merita di essere citata la mission di Nokia, che è diventato anche il suo slogan: “connecting people“.

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Una constatazione poco intuitiva

May 30th, 2006 by doct

Le aziende più innovative hanno in genere una minore varietà dell’offerta rispetto alle altre. Già, minore, non è un errore di scrittura.
Può sembrare sorprendente, ma se ci si pensa un pò non lo è poi così tanto: è abbastanza naturale che chi è concentrato su qualcosa lo faccia meglio di chi fa mille cose. Il problema di diverse aziende infatti è che cercano di essere presenti in tutti i settori e tutti i segmenti, inseguendo i concorrenti (”ah, loro hanno fatto questo… e questi hanno fatto quest’altro… dobbiamo farlo anche noi!”). L’essere presenti su mille fronti fa sì che l’impresa si senta “di successo”, ma in realtà causa una grossa dispersione di energie e alla lunga (soprattutto se i diversi fronti sono incoerenti tra loro) sia estremamente deleterio per l’impresa - se qualcuno introduce un’innovazione in un settore, l’azienda difficilmente è in grado di continuare ad inseguire e si trova mano a mano tagliata fuori.

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Questione di cultura

May 28th, 2006 by doct

Credo che la questione della tutela del diritto della proprietà intellettuale passi innanzi tutto da una questione di cultura e di rispetto. La scusa che consente a qualche “potere forte” (parola molto di moda di questi tempi… spesso però utilizzata come miserrimo tentativo di scaricabarile) di far passare abusi come tutela dei diritti è il fatto che la gente si comporta in modo scorretto, copiando e falsificando.

Bisognerebbe quindi che le persone dimostrassero un maggiore rispetto per le “opere dell’intelletto”. Può sembrare un discorso generalista e poco appilicabile nella realtà, ma a mio parere non è per niente così. A mio parere è una questione di rispetto. Innanzi tutto per sé stessi.
Vi faccio qualche esempio pratico. L’Italia è il secondo paese al mondo per produzione di prodotti falsi e il primo per consumo. Con che coraggio poi ci si può lamentare se i Cinesi copiano i nostri prodotti?

Il problema è che la maggior parte delle persone non riconosce valore all’attività intellettuale, nonostante il loro stesso lavoro consista in ciò - ma ovviamente pretendano di essere pagati alla fine del mese. Ma allora perché dovrebbero pagarti, te per primo, se quello che fai secondo te non vale niente? Un programmatore, ad esempio, dovrebbe avere qualche scrupolo a scaricare programmi “tarocchi”, dato che se la gente copiasse i suoi programmi anziché comprarglieli lui ne avrebbe un danno.

Oppure come ci si può lamentare che una pizza - i cui ingredienti costano meno di 2 euro - viene venduta a 7 o 10 euro? E il pizzaiolo e i camerieri? Devono lavorare gratis? Il lavoro di un architetto che progetta una casa, si misura allora in base al prezzo della carta e dell’inchiostro utilizzati per stampare il progetto?

Essere disposti a riconoscere (anche economicamente…) il merito del lavoro altrui è un passo indispensabile per capire se e quando veramente viene chiesto più di quanto effettivamente meritato, e quindi potersi lamentare a ragion veduta.

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Innovazione? Non per tutti…

May 23rd, 2006 by doct

Quale modo migliore di inizare questo blog se non dicendo che l’innovazione non è per tutti?
La nostra esperienza quotidiana dimostra abbastanza bene che non tutte le aziende sono interessate a innovare - ad esempio, partecipando a progetti, o facendo formazione.
Vale la pena citare i risultati dello “Studio della domanda dei bisogni di servizi a supporto dell’innovazione” realizzato dal Prof. Roberto Verganti et al. del Politecnico di Milano per la CCIAA di Milano. Mettendo a matrice i risultati conseguiti in passato e l’orientamento al futuro, vengono identificate quattro categorie di aziende:

  1. Innovatrici (9% del totale): hanno già realizzato innovazioni di punta ed hanno visione delle innovazioni future;
  2. Aspiranti (31% del totale): hanno visione delle innovazioni future, ma non hanno ancora realizzato innovazioni;
  3. Inerti (spente) (4% del totale): hanno realizzato innovazioni di punta in passato, ma non hanno visione di innovazioni future;
  4. Inerti (persistenti) (56% del totale): non hanno realizzato innovazioni di punta in passato e non sono interessate ad innovazioni future;

Cosa vogliono dire questi dati? Che il “target” di un ente che si occupa di trasferimento tecnologico non sono tutte le imprese, ma una fetta molto limitata: gli “aspiranti”. Questo perché gli “aspiranti” sono interessati a fare innovazione, ma non sanno come fare e quindi hanno bisogno di supporto e servizi. Non così le aziende innovatrici, dato che se la cavano già bene da sole e quindi non necessitano di supporti. E neppure hanno bisogno di servizi per l’innovazione le aziende “inerti”, dato che - semplicemente - non sono interessate all’innovazione.

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Raccolta di firme

May 15th, 2006 by doct

“Le imposte sui copyright si configurano chiaramente come tributi iniqui, indiscriminati e non trasparenti sui consumatori, oltre che come imposizioni contrarie allo spirito del desiderio della UE di rendere più facilmente accessibile la Società dell’Informazione l’acquisto dei dispositivi digitali, invece, sarebbe possibile incoraggiare l’ulteriore ascesa della tecnologia in tutta Europa, liberando al tempo stesso risorse preziose da reinvestire nell’innovazione e nella competitività” (Mark MacGann, portavoce della CLRA e Direttore Generale dello European Digital Technology Industry Group di EICTA - da Punto Informatico).

Facciamo un esperimento. Proviamo a raccogliere più “firme” possibili per una revisione più onesta delle “tasse” sul diritto d’autore.
1) I bollini SIAE su CD/DVD che l’autore distribisce gratuitamente
Ok, sarà una cifra risibile, in sé: ma io credo è il principio che conta. Perché cavolo la SIAE deve prendersi 0,02€ per ogni CD omaggio?? A che titolo? Solo perchè contiene musica/video/pagine html/software? Ma cosa vuol dire? Se proprio vogliono che uno ci metta il bollino (che, vi ricordo, non esiste negli altri Paesi), almeno lo regalino. Cavolo, uno è già in perdita perché regala il supporto… E comunque il discorso dovrebbe valere anche quando non è omaggio (anche perché il “bollino” costa molto di più in questi casi). Il bollino potrebbe essere una tutela in più - volontaria per l’autore - contro la contraffazione, ma non ci sono ragioni perché uno non possa mettere in circolazione propria musica, propri video o propri programmi senza “bollino”…

2) L’”equo compenso”, che ha portato a far sì che in Italia i supporti vergini costino oltre il doppio che nella maggioranza dei paesi europei…

E dai prossimi anni è previsto che aumenti ancora. Dobbiamo fare sentire la nostra voce!!
Inserite il vostro nome e indirizzo e-mail nei commenti per firmare!

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"Regali" e "furti"

May 11th, 2006 by doct

Ora, una cosa che non ho mai capito è la base legale su cui poi vengono perseguiti, e talvolta perseguitati, coloro che scaricano musica, film o programmi da Internet.

Intendo dire, chi “regala” (leggete “condivide”) illegalmente opere tutelate, capisco che commetta un reato (o una violazione). Sono d’accordo, ed è perfettamente logico e incontestabile. Ho un DVD, per uso personale, lo copio sul mio computer e lo lascio scaricare a chiunque, violo l’accordo, le condizioni che mi ero (implicitamente) impegnato a rispettare quando l’ho comprato.

Ma dal lato di chi scarica, la questione è secondo me diversa. Come faccio a sapere se una canzone, un film o un programma è messo a disposizione legalmente o no? Se vado al mercato e una bancarella mi regala un chilo di mele, commetto un reato se accetto? Devo denunciarlo? Devo per forza pensare che le abbia rubate? Ma non potrebbe semplicemente essere che vuole fare una promozione, oppure che gli costa di più riportarsele a casa che regalarmele?

Certo, ci sono indubbiamente casi in cui è chiaro che la condivisione è illegale. Penso ad esempio ai software che poi uno deve “craccare”. Ma vi sono molti casi in cui la risposta è quantomeno ambigua, e qui penso ad esempio ai casi di gruppi di “piccola-media fama”. Sono copie pirate? Sono stati gli stessi autori a renderli disponibili per farsi pubblicità?

Non voglio dilungarmi inutilmente, ma credo che sia abbastanza evidente che non è corretto equiparare chi “condivide” con chi “scarica”, dato che vi sono due gradi di responsabilità diversi.

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"Errori" di traduzione?

May 10th, 2006 by doct

Ok, forse sto diventando un po’ ripetitivo. Lo so. Comunque, se avete voglia, date un’occhiata a questo interessante articolo di Andrea Monti su Interlex.it:
http://www.interlex.it/copyright/amonti84.htm

Il “succo”, è che la normativa italiana sul dirtto d’autore inserisce (involontariamente… o no?) degli errori di traduzione dalla Direttiva Europea che dovrebbe attuare, stravolgendone per molti versi il significato.
Il risultato è… beh, non voglio definirlo. Basti dire che, ad esempio, gli sfruttatori dei diritti economici sulle creazioni artistiche - al contrario degli autori - quando “fanno causaâ€, sono esentati dal dimostrare di avere il diritto di agire in giudizio. Che dire… diritto d’autore un par di palle! Questo dimostra ulteriormente che la legge non è pensata per tutelare gli autori, né il pubblico (sembra ridicolo, ma in realtà il “pubblico”, gli “utenti”, qualche diritto dovrebbero avercelo anche loro…), ma solamente alcuni “interessi forti”. Ah, ovviamente possono far causa a chiunque, indifferentemente, anche nei confronti dei consumatori finali in buona fede. Certo, i politici hanno promesso che non sarà fatto, che non è questo lo scopo della legge e tutto quello che volete. Però la legge lo consente, e se vi trovate in tribunale perché avete scaricato degli MP3 di “opere tutelate” - che magari non sapevate che lo erano (di questo ne riparliamo…) - il giudice mica applica le promesse dei politici, applica la legge.

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"Equo" compenso

May 9th, 2006 by doct

Da Punto Informatico (http://www.punto-informatico.it) vi riporto un interessante articolo sul cosiddetto “equo compenso”, la gabella che la SIAE si prende sui supporti su cui è possibile copiare opere protette dal diritto d’autore. Il che comprende… praticamete tutto!
E’ vero, è una normativa europea, e le motivazioni di per sé sono ragionevoli, corrette ed apprezzabili. Non così però l’applicazione italiana, che ha più che raddoppiato il costo di CD, DVD, e non solo. Causando peraltro un calo talmente notevole nelle vendite di questi supporti (la gente li compra all’estero) che l’associazione dei produttori e distributori ha denunciato la SIAE…
Ma torniamo all’articolo che vi dicevo…

L’equo compenso? Costerà sempre di più

Roma - Ci sono molti grossi nomi dell’industria europea e non, dietro una iniziativa senza precedenti tesa a ridisegnare, comprimere, ridurre e semmai eliminare l’ equo compenso , una “tassazione” che spinge verso l’alto i prezzi di supporti vergini digitali, masterizzatori, scanner e molto altro. Non solo Business Software Alliance (BSA) , da anni in prima fila contro questa imposizione, ma anche EABC (European American Business Council) , EdiMA (European Digital Media Association) , EICTA (European Information and Communications Technology and Consumer Electronics Association) e RIAE (Recording-media Industry Association of Europe) .

Questo impressionante schieramento ha dato vita alla CLRA, ossia Copyright Levies Reform Alliance , con cui si intende scongiurare un aumento di mezzo miliardo di euro in Europa previsto per il 2009, una prospettiva che fa letteralmente tremare l’intero settore. Secondo CLRA le attuali normative sull’equo compenso, pensato per prelevare diritti sull’eventuale uso che gli utenti facessero delle tecnologie di riproduzione digitale per le copie private di contenuti, sono inique sia verso i consumatori che per gli stessi creatori di contenuti.

CLRA ha diffuso in queste ore uno studio sull’ impatto economico della tassa condotto in nove paesi europei, tra i quali l’Italia. Lo studio ha rivelato una crescita prevista delle imposte dagli 1,57 miliardi di euro del 2006 ai 2,12 miliardi del 2009.

Tutto questo a fronte di una forte crescita del DRM : le tecnologie anticopia che rendono sempre più complessa l’effettuazione di una copia privata, che “giustifica” l’equo compenso, sono citate nella EUCD, la direttiva europea sul copyright. EUCD infatti prevede che, con il rafforzamento delle protezione contro la copia digitale, le imposte sui copyright vengano ridotte; tuttavia, il report diffuso dal CLRA evidenzia chiaramente il contrario.

“La tassa sui copyright è una forma di imposta superata che penalizza nella stessa misura consumatori, artisti e il settore nella sua interezza - ha affermato Mark MacGann, portavoce della CLRA e Direttore Generale dello European Digital Technology Industry Group di EICTA - I legislatori europei hanno l’obbligo di assicurare reali vantaggi al mercato imponendo la massima efficienza e trasparenza nella riscossione dei tributi, abolendo contemporaneamente il vecchio sistema di imposte”.

“Oggi - spiega CLRA - i consumatori sono chiamati a pagare una tassa sul prezzo di acquisto di dispositivi digitali quali masterizzatori di CD e lettori MP3 oltre che su compact disc vergini. Ciò dà vita a uno scenario di tassazione multipla nel quale il consumatore viene tassato per poter effettuare la copia al momento del download e una seconda volta (o più) al momento dell’acquisto dei dispositivi per riprodurre il contenuto”. Le imposte gravano anche su scanner, stampanti e altri dispositivi per la riproduzione “in maniera sproporzionata”, secondo CLRA, “rispetto al prezzo di acquisto”

Lo studio CLRA ha rivelato che in Europa le imposte che gravano sul settore sono più che triplicate dal 2001 , quando in nove Paesi avevano generato un gettito di 545 milioni di euro, mentre nel 2006 hanno registrato 1,57 miliardi di euro. I dati forniti mostrano anche che il livello di tassazione più alto è appannaggio della Germania, con 353 milioni di euro nel 2006 destinati a crescere a 454 milioni entro il 2009.

Sebbene la tassa sia stata introdotta prima dell’avvento delle tecnologie DRM, ci sono paesi come Regno Unito, Irlanda, Lussemburgo, Cipro e Malta che non impongono alcun tributo per i copyright sulle apparecchiature digitali.

L’ Italia , come noto, proprio nel recepire l’EUCD ha varato i suoi tributi, che secondo l’industria di settore ha portato ad un drastico calo delle vendite di supporti digitali. La questione è ormai pesantissima per i produttori nostrani, visto che i consumatori italiani sempre più comprano all’estero, che l’associazione di settore ASMI è giunta a denunciare la SIAE . Il Governo ha peraltro ribadito la tassazione nell’ultima finanziaria e solo poche settimane fa è stata annunciata, tra le polemiche, la chiusura di uno stabilimento italiano per la produzione di supporti vergini.

“Le imposte sui copyright si configurano chiaramente come tributi iniqui, indiscriminati e non trasparenti sui consumatori, oltre che come imposizioni contrarie allo spirito del desiderio della UE di rendere più facilmente accessibile la Società dell’Informazione - ha sottolineato MacGann - Rendendo più conveniente l’acquisto dei dispositivi digitali, invece, sarebbe possibile incoraggiare l’ulteriore ascesa della tecnologia in tutta Europa, liberando al tempo stesso risorse preziose da reinvestire nell’innovazione e nella competitività”.

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Non siete ancora convinti?

May 7th, 2006 by doct

Se qualcuno ha ancora qualche dubbio sul fatto che la legge sul diritto d’autore non tutela gli autori, vi riporto una notizia che riguarda il gruppo canadese “The Constantines”, che è stato perseguito penalmente per aver introdotto in Italia del materiale “falso”: di loro proprietà e paternità, ma sprovvisto del bollino SIAE. Ci sarebbe da ridere, se non fosse che non c’è proprio niente da ridere.

“I canadesi The Constantines, in arrivo in Italia per una serie di concerti dal 18 al 24 Novembre, in seguito ad un controllo di frontiera, volto probabilmente alla ricerca di sostanze stupefacenti, sono incappati nella confisca di oltre 500 tra CD e LP, rei di non essere contrassegnati con l’italico bollino SIAE. Nonostante il gruppo abbia dichiarato che tutti gli obblighi sul diritto d’autore fossero stati assolti negli Stati Uniti, di fronte alla legge italiana sono stati trattati come dei venditori, od ancora peggio dei produttori di cd abusivi o contraffatti. Oltre a trovarsi senza i loro dischi, la cui vendita serviva a finanziare il loro tour europeo, si sono visti sanzionare con un procedimento giudiziario sia penale che amministrativo (una multa che può oscillare tra i 54.000 e i 550.000 Euro, 108.000 se accettano di pagare subito senza arrivare al processo). Beh andategli a spiegare adesso ai Constantines le leggi che governano il diritto d’autore in Italia. Mica l’hanno capito che i soldi
del bollino SIAE dovevano servire per tutelare gli interessi degli autori (cioè i loro). E la SIAE partecipa al Mei “…con una serie di importanti iniziative, volte a riaffermare la presenza della Società a fianco delle produzioni indipendenti….”"

Grazie a Dio (e a qualche giudice intelligente), alla fine sono riusciti a dimostrare la loro buona fede e la loro estraneità ai fatti. Ma qualcuno deve spiegarlo: come può essere contraffatto qualcosa di mia proprietà e che ho fatto io?

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Ad esempio: musica dal vivo

May 5th, 2006 by doct

Ve l’ho già detto. Quando si parla di “diritto d’autore”, nella maggior parte dei casi si sta parlando di qualcosa finalizzato a fregare sia gli “utenti” che gli “autori”. Almeno, gli anglosassoni sono intellettualmente più onesti e parlano di copyright - “diritto di copia” - e non di “diritto d’autore”.

Ci sono dei miei amici che suonano e compongono canzoni. Anch’io lo faccio, ma loro hanno deciso di registrarsi alla SIAE, che dovrebbe tutelarli. Lo fa? Giudicate voi.
- Quando viene organizzato uno spettacolo con musica dal vivo, il gestore del locale - dall’organizzatore dello spettacolo - deve pagare la SIAE. Le tariffe applicate sono molteplici e distinte a seconda dei tipi di utilizzazione ma, fondamentalmente, seguono il principio generale del versamento come compenso di una aliquota del 10% sugli introiti conseguiti.
- La SIAE dovrebbe procedere alla “ripartizione analitica diretta”, distribuendo i compensi percepiti per quella determinata manifestazione alle opere utilizzate nel corso della stessa (che vengono indicate nel “programma musicale”).
- Di conseguenza, se uno fa un concerto dove suona solo musica propria, ed è iscritto alla SIAE, quest’ultima in pratica dovrebbe girargli interamente quanto ha incassato, al limite trattenendosi una piccola percentuale per la gestione operativa.
- Solo che nella realtà le cose non stanno così, e a loro arrivano solo qualche euro. Quindi, ditemi, dove va a finire tutto il resto??

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