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Statistiche del picchio

October 10th, 2007 by doct

Non so se avete sentito l’ultima notizia, che i cellulari aumenterebbero del 20% il rischio di tumori al cervello. Cavoli. Da avere paura. Dei giornali, però.

E’ incredibile l’uso distorto delle statistiche che fanno i giornali. Come al solito, se non si conosce il dato di partenza, le percentuali non vogliono dire assolutamente niente. Da come è presentato, il vuole fare pensare che se usi il cellulare hai una possibilità su cinque di prendere un tumore al cervello. Ma non è così, si parla invece di incremento del rischio. E manca, appunto il dato di partenza: quante probabilità ha un individuo che non usa il cellulare di avere un tumore al cervello? Lo 0,010%? (ipotizziamo, probabilmente è meno di 1 su 10.000) Allora uno che usa il cellulare ha un rischio dello 0,012%. E se lo vedete con la probabilità di non ammalarsi, allora il dato diventa ancora più clamorosamente ridicolo. Uno che non usa il cellulare ha una possibilità di non ammalarsi del 99,990%. Mentre uno che abusa del cellulare “solo” del 99,988%.

Per favore. Risparmiateci di presentare statistiche distorte. Il top comunque lo aveva raggiunto Repubblica un paio di mesi fa, quando sono riusciti a fare un titolo che parlava di una improvvisa e totale crisi del commercio elettronico, perché il tasso di crescita era diminuito del 40%. Mostruoso? Vuol dire (c’era nel resto dell’articolo) che l’anno scorso
il commercio elettronico aveva fatto +20%. Quest’anno +12%. “Crisi” è una parola che vuol dire ben altro, a casa mia, e anche sui vocabolari di italiano.

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Guida in stato di ebbrezza & conti che non tornano

September 18th, 2007 by doct

In queste ultime settimane, si vede continuamente sui giornali snocciolare dati su quanto sia pericoloso l’alcol alla guida, su quanti incidenti siano causati dall’ubriachezza, su quanta gente si metta alla guida in stato di ebbrezza, e su quanto sarebbe opportuno prevedere sanzioni severissime per chi guida con un tasso alcolemico oltre i limiti (cosa peraltro già in parte fatta dal Governo).

Peccato però che ci sia qualche conto che non torna. Il 20 agosto, un articolo Il Gazzettino indicava che, in base ai dati forniti dal Servizio epidemiologico del Veneto, un terzo degli incidenti mortali vede coinvolti automobilisti che hanno “esagerato” con l’alcool.
Alcune settimane prima, un’intervista sul Corriere del Veneto al Procuratore di Treviso Fojadelli citava il dato che metà dei conducenti fermati di notte dalle pattuglie in servizio nella Marca Trevigiana sarebbe avrebbe un tasso alcolemico oltre ai limiti.

E qui iniziano a non tornare più i conti: in base a questi due semplici dati la conclusione è un po’ diversa da quella che viene solitamente presentata. Ricapitolando, sembrerebbe che di notte:

  • “ubriachi” alla guida: 50% del totale
  • incidenti che coinvolgono “ubriachi”: 33% del totale

Se questi dati sono corretti (e non vedo perché non ci si dovrebbe fidare di quanto affermato dal Servizio Epidemologico o dal Procuratore Fojadelli), la conclusione è che chi *non* beve ha ben il doppio di possibilità di essere coinvolto in un incidente mortale di chi invece sarebbe “ubriaco”. Perché, ovviamente, per fare un ragionamento statisticamente significativo è necessario il confrontare le percentuali degli incidenti con quelle relative al totale dei circolanti. Cioè si deve confrontare:

  • % di “ubriachi” coinvolti in incidenti ÷ % di circolanti “ubricachi”
  • % di “sobri” coinvolti in incidenti ÷ % di circolanti “sobri”

Volendo essere rigorosi, il calcolo dovrebbe considerare anche la percentuale di automobilisti coinvolti in incidenti sul totale dei circolanti, ma questo valore può essere trascurato dato che poi si annulla (è uguale in entrambi i calcoli, e quando facciamo la divisione il risultato di questo fattore è per forza uguale ad 1). Quindi sostituendo i dati:

  • 33% / 50% × pincidenti
  • (1 - 33% )/ 50% × pincidenti

E appunto, 33% diviso 50% fa esattamente la metà di 66% (la percentuale di automobilisti “non ubriachi” coinvolti in incidenti mortali) diviso 50%.

Addirittura, questi dati dicono che se si costringesse per legge la gente a bere prima di guidare, gli incidenti dovrebbero ridursi di un terzo.

Stiamo scrivendo stupidaggini? Quantomeno, è la dimostrazione che si può utilizzare statistiche per dimostrare più o meno qualunque cosa. Può quantomeno voler dire due cose. Il primo è che probabilmente i limiti alcolemici sono eccessivamente bassi, e del resto fino a qualche anno fa il tasso accettabile era molto più alto (0.80) se confrontato con quello previsto dalla legge attuale (0.50): quindi non si capisce come mai uno che avesse 0.75 prima fosse un buon padre di famiglia e oggi sia una specie di maniaco da liniciare.

Probabilmente più che sanzioni “severe” e basta, sarebbero più giuste sanzioni progressive, che non puniscano in modo spropositato chi è appena fuori dai limiti, e  incrementino prevedendo sanzioni esponenzialmente severe all’aumentare del tasso alcolico nel sangue.

La seconda considerazione che viene in mente è che oltre alla “guida in stato di ebbrezza” di cui va tanto di moda parlare di questi tempi, vi sono altre cause di incidenti che hanno un ruolo significativo, e forse “più” significativo. Da un punto di vista statistico, non si può non riflettere sui dati delle statistiche di ACI e ISTAT. Val la pena citare il comunicato stampa di ACI dell’8 agosto scorso: “La totalità degli incidenti mortali si concentra su appena il 3,2% dell’estensione complessiva delle strade italiane – dichiara l’ACI – le cui condizioni rappresentano, oggi, un forte elemento di rischio. Lo stato di manutenzione dell’asfalto e della segnaletica, infatti, è critico, preoccupante ed estremamente pericoloso”.

E personalmente, per quel nulla che vale, la mia esperienza diretta lo conferma: l’ultima volta che ho rischiato un incidente non era per colpa di un ubriaco che mi ha tagliato la strada, ma di lavori stradali non adeguatamente segnalati in un tratto di strada addirittura non illuminato di notte (per la cronaca, stavano costruendo un’ennesima rotonda). Ma, ovvimanente, intervenire sulla rete stradale costa. Mentre inasprire le sanzioni e le multe è fonte di guadagno. Fin troppo facile immaginare la strada che si prenderà in Italia.

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Una constatazione poco intuitiva

May 30th, 2006 by doct

Le aziende più innovative hanno in genere una minore varietà dell’offerta rispetto alle altre. Già, minore, non è un errore di scrittura.
Può sembrare sorprendente, ma se ci si pensa un pò non lo è poi così tanto: è abbastanza naturale che chi è concentrato su qualcosa lo faccia meglio di chi fa mille cose. Il problema di diverse aziende infatti è che cercano di essere presenti in tutti i settori e tutti i segmenti, inseguendo i concorrenti (”ah, loro hanno fatto questo… e questi hanno fatto quest’altro… dobbiamo farlo anche noi!”). L’essere presenti su mille fronti fa sì che l’impresa si senta “di successo”, ma in realtà causa una grossa dispersione di energie e alla lunga (soprattutto se i diversi fronti sono incoerenti tra loro) sia estremamente deleterio per l’impresa - se qualcuno introduce un’innovazione in un settore, l’azienda difficilmente è in grado di continuare ad inseguire e si trova mano a mano tagliata fuori.

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Innovazione? Non per tutti…

May 23rd, 2006 by doct

Quale modo migliore di inizare questo blog se non dicendo che l’innovazione non è per tutti?
La nostra esperienza quotidiana dimostra abbastanza bene che non tutte le aziende sono interessate a innovare - ad esempio, partecipando a progetti, o facendo formazione.
Vale la pena citare i risultati dello “Studio della domanda dei bisogni di servizi a supporto dell’innovazione” realizzato dal Prof. Roberto Verganti et al. del Politecnico di Milano per la CCIAA di Milano. Mettendo a matrice i risultati conseguiti in passato e l’orientamento al futuro, vengono identificate quattro categorie di aziende:

  1. Innovatrici (9% del totale): hanno già realizzato innovazioni di punta ed hanno visione delle innovazioni future;
  2. Aspiranti (31% del totale): hanno visione delle innovazioni future, ma non hanno ancora realizzato innovazioni;
  3. Inerti (spente) (4% del totale): hanno realizzato innovazioni di punta in passato, ma non hanno visione di innovazioni future;
  4. Inerti (persistenti) (56% del totale): non hanno realizzato innovazioni di punta in passato e non sono interessate ad innovazioni future;

Cosa vogliono dire questi dati? Che il “target” di un ente che si occupa di trasferimento tecnologico non sono tutte le imprese, ma una fetta molto limitata: gli “aspiranti”. Questo perché gli “aspiranti” sono interessati a fare innovazione, ma non sanno come fare e quindi hanno bisogno di supporto e servizi. Non così le aziende innovatrici, dato che se la cavano già bene da sole e quindi non necessitano di supporti. E neppure hanno bisogno di servizi per l’innovazione le aziende “inerti”, dato che - semplicemente - non sono interessate all’innovazione.

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