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Innovazione di processo e innovazione di prodotto

July 24th, 2006 by doct

L’innovazione può essere classificata in base a “che cosa” viene innovato, se il processo o il prodotto. Nel primo caso, sono introdotti elementi di novità nel processo di produzione (in senso esteso), allo scopo tipicamente di migliorare l’efficienza e ridurre i costi. Nel secondo caso, il prodotto viene rinnovato e dotato di nuove caratteristiche, funzionalità o di una diversa qualità.

Vi sono due considerazioni da fare. Innanzi tutto va ricordato non è detto che un prodotto innovato abbia prestazioni assolute superiori a quello che sostituisce: tipicamente è così, ma è anche possibile che vengano eliminate alcune funzionalità (focalizzandosi quindi su esigenze più specifiche) per renderlo più economico e cercare di aumentare il volume di vendita. La seconda considerazione è nella realtà innovazione di processo e di prodotto non sono così nettamente distinte, dato che innovazioni nel prodotto spesso richiedono innovazioni di nel processo, e innovazioni nel processo spesso rendono possibili miglioramenti nel prodotto.

Dando per assodato che è importante per le aziende innovare, è indifferente concentrarsi su innovazioni di prodotto o di processo? La risposta è no. Infatti, un azienda che per competere punta sui miglioramenti nel processo, e quindi sull’efficienza, si trova inevitabilmente a competere sui costi, cosa che alla lunga comprime i margini di guadagno. Al contrario, un’azienda che punta sull’innovazione di prodotto effettua una strategia di differenziazione, che se effettuata nel migliore dei modi permette non solo di mantenere, ma anche di incrementare i margini.

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Gli spartiti online

July 18th, 2006 by doct

Sono stato un po’ assente, lo so. Anche voi, comunque.

Dunque. Stiamo scadendo ai limiti del ridicolo, secondo me. Adesso le major se la stanno prendendo con chi pubblica su internet i testi e gli spartiti delle canzoni. Capisco se stessimo parlando della scansione o dei PDF degli spartiti o delle “tablature” ufficiali… ma se uno pubblica una versione “propria”, nel senso che (come si dice in gergo) l’ha “tirata fuori” lui, a orecchio, non dovrebbe esserci niente di male. E invece, MXtabs, uno dei siti storici di spartiti e tablature, ha già chiuso i battenti. E altri siti come MySongBook.com (dove si potevano scaricare tablature create dagli utenti in formato “GuitarPro”) non permettono più di scaricare la gran parte delle canzoni.

Uno potrebbe dire: “vabbé, ma in fondo comunque uno spartito fatto bene potrebbe essere equivalente alla canzone intera, per cui è comprensibile”. Non ho molta voglia di commentare approfonditamente, sottolineo solo che se uno si scarica uno spartito (più o meno “originale”) e si impara una canzone, se poi magari la suona fuori nei locali deve versare una percentuale dell’incasso come pagamento dei diritti d’autore, tutte le volte che suona quella canzone. Che è molto più di quello che le major prendono di diritti per gli spartiti (anche contando tutti quelli che avrebbero acquistato lo spartito ma non avrebbero mai suonato in un locale…).

Una conferma, a mio parere, che le major hanno un modello di business che non sta più in piedi, dato che inseriscono solo inefficienze nell’intermediazione, ma non fanno niente per rinnovarsi, se non cercare di eliminare la concorrenza.

Solo che forse stanno tirando troppo la corda, e prima o poi finisce che qualcuno si inca**a sul serio. La notizia del giorno infatti è che chi pubblica il testo di una qualsiasi canzone sul web sarà perseguito in ogni modo. Volete leggere il testo di quella canzone che avete appena sentito per radio? PAGATE!! A chi? A Gracenote.com, che ha recentemente acquistato i diritti di pubblicazione dei testi delle canzoni edite dalla maggior parte delle case discografiche. E sono probabilmente già pronti a denunciare di ogni singolo sito, blog o forum che contenga un testo di un canzone.


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La creatività

June 5th, 2006 by doct

Di questi tempi, di creatività si parla e si sparla in continuazione. E ne dobbiamo parlare anche qui, dato che per essere innovativi bisogna essere creativi.
La creatività è spesso male interpretata, e il creativo viene visto come un bohémien: anticonformista, libero e disordinato. In realtà, però, la creatività è invece figlia di preparazione, conoscenza e impegno. Tanto che qualcuno è arrivato a dire che “non esiste il talento, quello che chiamate talento è in realtà passione, che non fa sentire il peso dello studio e della continua volontà di migliorarsi“. Si vede quindi che non c’è contrasto tra creatività ed organizzazione: anzi, tutti i membri dell’organizzazione dovrebbero essere stimolati ad essere creativi per esprimere al massimo le proprie potenzialità.

Ma cosa vuol dire essere creativi? Si possono riconoscere due “stili” di creatività diversi:

  • gli adattatori sono coloro che cercano di fare le cose meglio; puntano a migliorare le situazioni (i processi e prodotti, nel nostro caso) esistenti.
  • i riformatori, che sono coloro che cercano
  • di fare le cose diversamente; si propongono di introdurre innovazioni radicali

Spesso i riformatori preferiscono operare in ambiti, come ad esempio il marketing, dove hanno a che fare con un ambiente fluido in continua evoluzione, mentre adattatori scelgono professioni “tecniche” (come produzione e amministrazione) dove la relativa stabilità permette loro di mettere a frutto la loro tendenza a migliorare le cose.

Non c’è però una di queste categorie che è più creativa dell’altra: entrambe possono portare il proprio contributo ed è spesso opportuno far lavorare assieme persone appartenenti ad entrambe le categorie in modo da poter cogliere i massimi vantaggi.

Questa distinzione comporta però un’esigenza di attenzione sul modo in cui va comunicata l’innovazione al gruppo (ad esempio i membri dell’azienda). Infatti, un’innovazione radicale può essere vista con un certo scetticismo dagli “adattatori”, dato che li costringe a “buttare via” tutti i piccoli miglioramenti che hanno fatto, mentre un’innovazione incrementale può deludere i “riformatori” dato che non è “realmente nuova” secondo i loro criteri di valutazione.

La creatività, come abbiamo detto, va valorizzata in ogni punto dell’azienda, e non solo nella ricerca e sviluppo: infatti tutti i processi interni possono essere migliorati, dall’amministrazione alla logistica. E i suggerimenti che emergono non devono essere confinati al settore di provenienza, dato che a volte piccole modifiche nel modo di lavorare di un settore possono portare a grossi vantaggi in un altro (si pensi ad esempio al caso “classico” di introduzione di modifiche al design del prodotto che permettono risparmi di spazio o semplificazione del trasporto e/o del immagazzinamento).

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La Mission

May 31st, 2006 by doct

Se chi insegue non può essere leader, è anche vero che il leader è colui che apre la strada, e quindi deve sapere dove va. Per questo è importante che l’impresa abbia chiara la propria mission. Solo sapendo dove si vuole andare, infatti, è possibile fare dei passi (o dei salti) per arrivarci.
Avendo chiara la mission dell’azienda, è possibile capire se alcune idee ed ispirazioni devono essere sviluppate o meno. L’alternativa, che è quella spesso utilizzata nella pratica, è quella di valutare se le possibili innovazioni sono in linea con quello che l’azienda già fa: ma ovviamente in questo modo si perdono opportunità e spesso si riescono a compiere solo innovazioni “minori”.
La mission deve essere chiara non solo all’interno dell’azienda, ma anche all’esterno, dato che in questo modo si aiuta a formare una immagine precisa dell’azienda. Di conseguenza, le persone/aziende/enti possono entrare in contatto con l’azienda anche per quello che è interessata a fare, e non solo per quello che già fa.
Un aspetto molto importante è che la mission deve essere essere sintetizzabile in una frase. In caso contrario, difficilmente si può sperare che tutti la abbiano ben presente e che possa essere costantemente utilizzata come cartina di tornasole non solo delle possibili innovazioni, ma di tutta l’attività dell’azienda. Ad esempio, in quest’ottica, merita di essere citata la mission di Nokia, che è diventato anche il suo slogan: “connecting people“.

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Una constatazione poco intuitiva

May 30th, 2006 by doct

Le aziende più innovative hanno in genere una minore varietà dell’offerta rispetto alle altre. Già, minore, non è un errore di scrittura.
Può sembrare sorprendente, ma se ci si pensa un pò non lo è poi così tanto: è abbastanza naturale che chi è concentrato su qualcosa lo faccia meglio di chi fa mille cose. Il problema di diverse aziende infatti è che cercano di essere presenti in tutti i settori e tutti i segmenti, inseguendo i concorrenti (”ah, loro hanno fatto questo… e questi hanno fatto quest’altro… dobbiamo farlo anche noi!”). L’essere presenti su mille fronti fa sì che l’impresa si senta “di successo”, ma in realtà causa una grossa dispersione di energie e alla lunga (soprattutto se i diversi fronti sono incoerenti tra loro) sia estremamente deleterio per l’impresa - se qualcuno introduce un’innovazione in un settore, l’azienda difficilmente è in grado di continuare ad inseguire e si trova mano a mano tagliata fuori.

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Questione di cultura

May 28th, 2006 by doct

Credo che la questione della tutela del diritto della proprietà intellettuale passi innanzi tutto da una questione di cultura e di rispetto. La scusa che consente a qualche “potere forte” (parola molto di moda di questi tempi… spesso però utilizzata come miserrimo tentativo di scaricabarile) di far passare abusi come tutela dei diritti è il fatto che la gente si comporta in modo scorretto, copiando e falsificando.

Bisognerebbe quindi che le persone dimostrassero un maggiore rispetto per le “opere dell’intelletto”. Può sembrare un discorso generalista e poco appilicabile nella realtà, ma a mio parere non è per niente così. A mio parere è una questione di rispetto. Innanzi tutto per sé stessi.
Vi faccio qualche esempio pratico. L’Italia è il secondo paese al mondo per produzione di prodotti falsi e il primo per consumo. Con che coraggio poi ci si può lamentare se i Cinesi copiano i nostri prodotti?

Il problema è che la maggior parte delle persone non riconosce valore all’attività intellettuale, nonostante il loro stesso lavoro consista in ciò - ma ovviamente pretendano di essere pagati alla fine del mese. Ma allora perché dovrebbero pagarti, te per primo, se quello che fai secondo te non vale niente? Un programmatore, ad esempio, dovrebbe avere qualche scrupolo a scaricare programmi “tarocchi”, dato che se la gente copiasse i suoi programmi anziché comprarglieli lui ne avrebbe un danno.

Oppure come ci si può lamentare che una pizza - i cui ingredienti costano meno di 2 euro - viene venduta a 7 o 10 euro? E il pizzaiolo e i camerieri? Devono lavorare gratis? Il lavoro di un architetto che progetta una casa, si misura allora in base al prezzo della carta e dell’inchiostro utilizzati per stampare il progetto?

Essere disposti a riconoscere (anche economicamente…) il merito del lavoro altrui è un passo indispensabile per capire se e quando veramente viene chiesto più di quanto effettivamente meritato, e quindi potersi lamentare a ragion veduta.

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Innovazione? Non per tutti…

May 23rd, 2006 by doct

Quale modo migliore di inizare questo blog se non dicendo che l’innovazione non è per tutti?
La nostra esperienza quotidiana dimostra abbastanza bene che non tutte le aziende sono interessate a innovare - ad esempio, partecipando a progetti, o facendo formazione.
Vale la pena citare i risultati dello “Studio della domanda dei bisogni di servizi a supporto dell’innovazione” realizzato dal Prof. Roberto Verganti et al. del Politecnico di Milano per la CCIAA di Milano. Mettendo a matrice i risultati conseguiti in passato e l’orientamento al futuro, vengono identificate quattro categorie di aziende:

  1. Innovatrici (9% del totale): hanno già realizzato innovazioni di punta ed hanno visione delle innovazioni future;
  2. Aspiranti (31% del totale): hanno visione delle innovazioni future, ma non hanno ancora realizzato innovazioni;
  3. Inerti (spente) (4% del totale): hanno realizzato innovazioni di punta in passato, ma non hanno visione di innovazioni future;
  4. Inerti (persistenti) (56% del totale): non hanno realizzato innovazioni di punta in passato e non sono interessate ad innovazioni future;

Cosa vogliono dire questi dati? Che il “target” di un ente che si occupa di trasferimento tecnologico non sono tutte le imprese, ma una fetta molto limitata: gli “aspiranti”. Questo perché gli “aspiranti” sono interessati a fare innovazione, ma non sanno come fare e quindi hanno bisogno di supporto e servizi. Non così le aziende innovatrici, dato che se la cavano già bene da sole e quindi non necessitano di supporti. E neppure hanno bisogno di servizi per l’innovazione le aziende “inerti”, dato che - semplicemente - non sono interessate all’innovazione.

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Raccolta di firme

May 15th, 2006 by doct

“Le imposte sui copyright si configurano chiaramente come tributi iniqui, indiscriminati e non trasparenti sui consumatori, oltre che come imposizioni contrarie allo spirito del desiderio della UE di rendere più facilmente accessibile la Società dell’Informazione l’acquisto dei dispositivi digitali, invece, sarebbe possibile incoraggiare l’ulteriore ascesa della tecnologia in tutta Europa, liberando al tempo stesso risorse preziose da reinvestire nell’innovazione e nella competitività” (Mark MacGann, portavoce della CLRA e Direttore Generale dello European Digital Technology Industry Group di EICTA - da Punto Informatico).

Facciamo un esperimento. Proviamo a raccogliere più “firme” possibili per una revisione più onesta delle “tasse” sul diritto d’autore.
1) I bollini SIAE su CD/DVD che l’autore distribisce gratuitamente
Ok, sarà una cifra risibile, in sé: ma io credo è il principio che conta. Perché cavolo la SIAE deve prendersi 0,02€ per ogni CD omaggio?? A che titolo? Solo perchè contiene musica/video/pagine html/software? Ma cosa vuol dire? Se proprio vogliono che uno ci metta il bollino (che, vi ricordo, non esiste negli altri Paesi), almeno lo regalino. Cavolo, uno è già in perdita perché regala il supporto… E comunque il discorso dovrebbe valere anche quando non è omaggio (anche perché il “bollino” costa molto di più in questi casi). Il bollino potrebbe essere una tutela in più - volontaria per l’autore - contro la contraffazione, ma non ci sono ragioni perché uno non possa mettere in circolazione propria musica, propri video o propri programmi senza “bollino”…

2) L’”equo compenso”, che ha portato a far sì che in Italia i supporti vergini costino oltre il doppio che nella maggioranza dei paesi europei…

E dai prossimi anni è previsto che aumenti ancora. Dobbiamo fare sentire la nostra voce!!
Inserite il vostro nome e indirizzo e-mail nei commenti per firmare!

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"Regali" e "furti"

May 11th, 2006 by doct

Ora, una cosa che non ho mai capito è la base legale su cui poi vengono perseguiti, e talvolta perseguitati, coloro che scaricano musica, film o programmi da Internet.

Intendo dire, chi “regala” (leggete “condivide”) illegalmente opere tutelate, capisco che commetta un reato (o una violazione). Sono d’accordo, ed è perfettamente logico e incontestabile. Ho un DVD, per uso personale, lo copio sul mio computer e lo lascio scaricare a chiunque, violo l’accordo, le condizioni che mi ero (implicitamente) impegnato a rispettare quando l’ho comprato.

Ma dal lato di chi scarica, la questione è secondo me diversa. Come faccio a sapere se una canzone, un film o un programma è messo a disposizione legalmente o no? Se vado al mercato e una bancarella mi regala un chilo di mele, commetto un reato se accetto? Devo denunciarlo? Devo per forza pensare che le abbia rubate? Ma non potrebbe semplicemente essere che vuole fare una promozione, oppure che gli costa di più riportarsele a casa che regalarmele?

Certo, ci sono indubbiamente casi in cui è chiaro che la condivisione è illegale. Penso ad esempio ai software che poi uno deve “craccare”. Ma vi sono molti casi in cui la risposta è quantomeno ambigua, e qui penso ad esempio ai casi di gruppi di “piccola-media fama”. Sono copie pirate? Sono stati gli stessi autori a renderli disponibili per farsi pubblicità?

Non voglio dilungarmi inutilmente, ma credo che sia abbastanza evidente che non è corretto equiparare chi “condivide” con chi “scarica”, dato che vi sono due gradi di responsabilità diversi.

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"Errori" di traduzione?

May 10th, 2006 by doct

Ok, forse sto diventando un po’ ripetitivo. Lo so. Comunque, se avete voglia, date un’occhiata a questo interessante articolo di Andrea Monti su Interlex.it:
http://www.interlex.it/copyright/amonti84.htm

Il “succo”, è che la normativa italiana sul dirtto d’autore inserisce (involontariamente… o no?) degli errori di traduzione dalla Direttiva Europea che dovrebbe attuare, stravolgendone per molti versi il significato.
Il risultato è… beh, non voglio definirlo. Basti dire che, ad esempio, gli sfruttatori dei diritti economici sulle creazioni artistiche - al contrario degli autori - quando “fanno causa”, sono esentati dal dimostrare di avere il diritto di agire in giudizio. Che dire… diritto d’autore un par di palle! Questo dimostra ulteriormente che la legge non è pensata per tutelare gli autori, né il pubblico (sembra ridicolo, ma in realtà il “pubblico”, gli “utenti”, qualche diritto dovrebbero avercelo anche loro…), ma solamente alcuni “interessi forti”. Ah, ovviamente possono far causa a chiunque, indifferentemente, anche nei confronti dei consumatori finali in buona fede. Certo, i politici hanno promesso che non sarà fatto, che non è questo lo scopo della legge e tutto quello che volete. Però la legge lo consente, e se vi trovate in tribunale perché avete scaricato degli MP3 di “opere tutelate” - che magari non sapevate che lo erano (di questo ne riparliamo…) - il giudice mica applica le promesse dei politici, applica la legge.

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